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Spopolamento centri storici: un fenomeno in ascesa

Postato da Martina Vitelli on 19 dicembre 2017
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Sono la “macchina economica” del Paese. Il luogo dove la crescita, anche fisica, è stata quattro volte più marcata rispetto al resto del tessuto urbano delle città (18% in media contro il 4%). Eppure, molti centri storici dell’Italia sono in profonda crisi. Perdono abitanti. Perdono commercio. Soprattutto, perdono servizi e attrattività. A Frosinone il 52% delle abitazioni nel centro storico è vuoto. A Ragusa è il 42% mentre a Lecco il 42,2% delle abitazioni è occupato da non residenti. Nella città vecchia di Taranto un edificio su tre è inutilizzato, nel centro storico di Caltanissetta un immobile su cinque, ad Agrigento, Benevento, Vibo Valentia, Trapani sono uno su dieci.

Spopolamento centri storici: i dati

A confermare il problema è un’indagine realizzata da Ancsa, l’Associazione nazionale centri storico-artistici, con la collaborazione del Cresme su una mappatura di 109 capoluoghi di provincia italiani. La ricerca è stata presentata questo pomeriggio alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Nell’occasione, è stato sottoscritto un protocollo d’intesa fra il ministero dei Beni e le Attività culturali e l’Ancsa, per la costituzione di un Osservatorio sui centri storici.

Spopolamento centro storci: un doppio fenomeno

Il punto di partenza è stato differente, ma il risultato è il medesimo. Dal Nord al Sud, assistiamo a un doppio fenomeno. Da una parte, molto marcata, un’emorragia dalle old town, a partire dal numero di residenti, che in alcuni casi si sono addirittura dimezzati in pochi anni. In termini di valore economico parliamo di perdite per decine di miliardi. Dall’altra, un panorama che è addirittura agli antipodi. Perché in alcune città del nord gli edifici inutilizzati hanno valori infinitesimali: 0,1% a Firenze, 0,2% a Siena. Insomma: la crisi è profonda o il successo è massimo. Ma, anche in questi casi, i fattori di crescita non sono positivi per un territorio che investe su se stesso.

«Il quadro è spaccato a metà – commenta Bandarin –. Alcuni centri storici si sono profondamente sviluppati, ma si sono trasformati in villaggi turistici. E sono in balia di dinamiche di trasformazione che non dipendono dalle amministrazioni, ma da attori e fenomeni globali e controllati dall’estero, come quello dei voli a basso costo o dei portali di affitto come AirB&B. In altri comuni, invece, assistiamo alla desertificazione. I valori crollano anche nel mercato immobiliare e le case scendono sotto la soglia dei 300 euro al metro quadrato, anche per edifici di pregio. La gravissima crisi del commercio minuto, la terziarizzazione del patrimonio, lo stock edilizio non occupato, l’assenza di adeguati investimenti per la manutenzione e la gestione, testimoniano una perdita della capacità di governo di queste parti delle città, così importanti e fragili».

Spopolamento centri storici: un segnale d’allarme

La mappatura è un segnale di allarme importante per il nostro Paese. Anche perché – e pure questo è un dato messo in luce da Ancsa e Cresme – il ruolo economico che i centri storici, fin dagli anni 2000, stanno svolgendo nel Paese, è fondamentale: nello 0,06% del territorio italiano vive il 2,5% della popolazione e si trova l’8,4% degli addetti e soprattutto il 14,5% degli addetti ai servizi pubblici, il 14% dei servizi di produzione; il 13,4% delle attività ricettive. Per ogni abitante dei centri storici presi in esame ci sono 2,2 addetti.

«Occorre lavorare per un riequilibrio – tira le somme Bandarin –. La salvaguardia dei centri storici non riguarda solo la conservazione dei grandi monumenti del passato, ma richiede soprattutto un migliore mix tra gli usi privati e pubblici e il mantenimento dell’equilibrio sociale. Assurdo mettere in concorrenza centri e periferie, non sono territori in antitesi. Bisogna lavorare, invece, per creare sistema. Le old town devono ritornare a essere il modello per lo sviluppo di tutto il tessuto che le circonda e che, in qualche modo, rappresentano».

Fonte: IlSole24Ore

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